Libri del mese – maggio 2019

Recensione del libro “L’educazione”

Prof. ssa Sonia Bainotti

L’educazione è una storia vera, recente, aspra, a tratti incredibile e sconvolgente, ma proprio per questo illuminante e indimenticabile.

Tara Westover è una ragazza nata nel 1986 nell’Idaho, uno stato montuoso degli Stati Uniti occidentali, in una singolare famiglia mormona. I suoi genitori non credono nella sanità e nell’istruzione pubblica, che considerano strumenti di Satana. Di conseguenza, i loro figli non sono stati registrati all’anagrafe, non vanno a scuola, non sono mai stati visitati da un dottore. Trascorrono il loro tempo a stipare provviste per quando arriverà la fine del mondo, lavorano nella discarica del padre o aiutano la madre, una guaritrice, a preparare oli ed erbe. Tara non può frequentare la scuola di danza, non sa cosa siano eventi storici come l’Olocausto o l’attacco alle Torri Gemelle e per molto tempo non avrà un televisore, un telefono o un computer. Ha un padre con tendenze paranoidi, una madre sottomessa al marito, un fratello violento.

Un giorno, però, fa una scoperta: l’educazione, che le darà la possibilità di emanciparsi e di vivere una vita diversa. Nonostante questo, il forte retaggio delle credenze familiari la convince di stare tradendo la propria famiglia e gli ideali che le sono stati trasmessi, ingabbiandola così per molto tempo, anche quando avrà l’opportunità di studiare in Università prestigiose come Cambridge e Harvard.

Solo grazie all’educazione e dopo un lungo percorso di analisi e accettazione interiore, Tara riuscirà ad abbandonare la forma mentis impostale dalla sua famiglia e ad accettare ciò che per ognuno di noi dovrebbe essere naturale: assecondare il nostro vero io e le nostre inclinazioni non è un peccato contro Dio né un tradimento verso coloro che amiamo, ma anzi, è un nostro sacrosanto diritto e dovere.

Recensione del libro “Resto qui”

Giulia Amorese – 4 liceo A

A volte, nei giorni di buio, il dolore prende il sopravvento, tramutandosi in qualcosa di cui è impossibile parlare, ma che con lo scorrere del tempo diventa sempre più familiare, nonostante si cerchi di nasconderlo. Allo stesso modo, la sofferenza degli abitanti di un paesino del Sud-Tirolo ha un ruolo chiaro e responsabile nel periodo della dittatura fascista, in cui non si è più liberi di parlare, di lavorare, di essere chi si vorrebbe. Questo libro racconta ciò che non è riportato nei libri di storia, ovvero le vicende personali di coloro che in quegli anni risiedevano a Curon, in Trentino. Trina, una donna caparbia e fiduciosa nel futuro, si fa portavoce della resistenza contro Mussolini e il Terzo Reich, scegliendo di combatterli con l’arma più potente: le parole. Diventando maestre clandestine, infatti, Trina e le sue coraggiose amiche decidono di insegnare il tedesco ai bambini nelle cantine del paese per preservarne l’identità linguistica, accettando a pieno i rischi e le conseguenze di tale scelta. In un contesto di disperazione e guerra le donne sono le prime a capire che le parole sono la più grande manifestazione di libertà; proprio per questo l’intento di tutto il romanzo è dare la possibilità di parlare a chi di solito non ha voce, alle persone comuni, come la protagonista e suo marito, che durante la guerra scelgono di disertare e si trovano obbligati a scappare dal loro stesso figlio, accanito sostenitore di Hitler. Sebbene siano costretti a stare nascosti sulle montagne e a lottare per sopravvivere, impugnando talvolta anche le armi, i protagonisti vivono col desiderio di potere fare ritorno nelle stradine e nelle piazze del paesino che costantemente portano nel cuore. Curon diventa molto di più di un paese, diventa l’emblema della loro vita prima che la guerra la stravolgesse e di tutti i momenti felici che ora non sono altro che ricordi. I personaggi ricordano al lettore odierno l’importanza del resistere, resistere sempre, anche quando non ha più senso e le speranze diventano mere illusioni; di questo valore è simbolo la punta del campanile di Curon, che tutt’ora svetta dignitoso sopra la distesa d’acqua che ormai ricopre da tempo i resti del paese sommerso e le tracce di chi lo abitava, ma che le parole e la memoria possono ancora riportare alla luce.

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